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Il giorno della Vittoria!
 
Lorenzo de Vita
 
 
   Qualche riga per ricordare oggi, 1° aprile, il 75° anniversario della vittoria dell’Alzamiento nazionale — per 40 anni la Spagna ha difatti festeggiato la fine dellaguerra civil il 1° aprile 1939. Era il Día de la Victoria, oggi festa abolita. A Madrid si celebrerà una Santa Messa in onore dei martiri di quei fatti; presenzierà la viva e vegeta 88enne Duchessa di Franco, figlia del Caudillo.
 
   Brevemente ricordiamo cosa accadde in quei tragici giorni visto che, molto probabilmente, non lo farà nessuno; al massimo, sui nostri media, nei libri autorizzati, dopo 75 anni sarà facile leggere obbrobri di questo tipo. Veline come queste sono sufficienti, anzi, fondamentali per continuare a tenere la gente nell’ignoranza di come andarono veramente le cose durante quegli anni – tanto importanti anche per la nostra storia –, e tenerla all’oscuro di un piano di conquista globale lungo diversi secoli. Gli spagnoli, a quell’epoca, non permisero che questo avvenisse sulle loro terre. Dopo il 1975, alla morte di Franco, la Spagna cadde finalmente nelle mani degli eredi di quei massoni-comunisti. È sufficiente vedere in quali condizioni sociali ed economiche naviga oggi questo Paese, grazie all’Europa degli Stati “femminizzati”, per capire quanto Franco fu l’uomo della provvidenza per quelle terre. Ma era solo questione di tempo prima che morisse.
 
   Basiamo questo breve resoconto su dati ed aneddoti tratti dal testo dello storico Luis Suarez dal titolo Lo que el mundo le debe a España e dal testo da noi edito Massoneria e comunismo contro la Chiesa in Spagna.
 
   Era il 1936, ma la Spagna era già nel caos da qualche anno. I partiti che si trovavano vincolati alla Terza Internazionale – che propugnava come al seguito dei sovietici si dovessero formare Fronti Popolari in Europa –, proseguirono la loro azione in profondità, tanto che nell’ottobre del 1934 tentarono di scatenare una rivoluzione nelle Asturie ed in Catalogna. Alcuni religiosi furono assassinati semplicemente per il fatto di esserlo. Si può sostenere che quella fu la prima fase della guerra civile. Il Governo riuscì a reprimerla: le condanne al carcere ed alcune esecuzioni diventarono il cavallo di battaglia di un apparato di propaganda che le sinistre misero in piedi allo scopo d’influenzare l’opinione pubblica. La propaganda fu efficace. Quando il presidente Alcalá Zamora decise di convocare nuove elezioni sperando in una vittoria dei moderati o dei centristi, i risultati furono completamente differenti. Il centro affondò; la destra ed il Fronte Popolare pareggiarono ottenendo entrambi, all’incirca, 4,5 milioni di voti – ma pare che la destra ottenne un numero di voti anche superiore. Ma il sistema proporzionale e la decisione del Presidente di cambiare il Governo per affidarlo a Manuel Azaña prima del secondo turno di elezioni, consentirono al Fronte Popolare di avere una maggioranza assoluta alla Camera. E sùbito, il Fronte riprese con violenza e la persecuzione religiosa a partire da quello stesso giorno (era il 26 febbraio 1936). Poi depose Alcalá Zamora, accusandolo d’illegalità, e mise Manuel Azaña a capo dello Stato. Furono premiati quelli che avevano preso parte alla rivoluzione di ottobre e seguirono rappresaglie contro coloro che avevano contribuito a dominarla. Francisco Franco, che era capo di Stato Maggiore, fu mandato nelle Canarie, il che, a tutti gli effetti, era di fatto un esilio. 
 
   Un gruppo di militari incominciò allora a preparare una sollevazione (“alzamiento”), riprendendo il gesto che il Generale Sanjurjo aveva già tentato – senza successo – nel 1932. Alcuni Generali repubblicani, in particolare Mola e Queipo de Llano, incominciarono a preparare un colpo di Stato. Fin dal primo momento tentarono di coinvolgere Franco, ma egli cercò di guadagnare tempo facendo notare che, date le circostanze, così agendo si sarebbe inevitabilmente scatenata una guerra civile. Alla fine di giugno, Franco inviò una lettera al Primo Ministro Casares Quiroga (che faceva le veci di Ministro della Difesa), proponendogli di negoziare attraverso una selezione di militari, affinché si evitasse il collasso. Quella lettera non conobbe mai risposta; allora, Franco, decise di unirsi a coloro che obbedivano a Mola. 
 
   Nel frattempo erano riprese nuove e violente persecuzioni contro la Chiesa, che si vide costretta a ritirare il nunzio sostituendolo con un semplice incaricato. Cattolici e monarchici si mostrarono disposti ad appoggiare l’Alzamiento militare. In tali circostanze incominciò in Spagna la guerra civile. Vi fu la sollevazione della Spagna cattolica e, in definitiva, della Spagna sana contro la minaccia massonica e comunista che già fin dal 1931 stava devastando la società spagnola nelle sue fondamenta. Fu una guerra fratricida: spagnoli sapientemente infiltrati, furiosamente scagliati da un’ideologia anti-spagnola contro i loro stessi fratelli. Alla fine, in molti si pentirono, in punto di morte la maggior parte rifiutarono quei massacri e vollero confessare quegli orrori. I Vescovi perdonarono. Francisco Franco, cattolicissimo fin dalla sua infanzia, nel 1936 fu chiamato suo malgrado come medico d’urgenza in quei fatti, per evitare il collasso comunista e l’anarchia in cui stava scivolando il Paese.
 
   Come vediamo da questi breve righe, l’Alziamento spagnolo fu quello di un popolo che già allora, nel ’36, e da 5 anni, stava sperimentando terribili atrocità su tutto il territorio nazionale. Fu una resistenza a difesa delle tradizioni, della Patria e delle cose sacre. I Vescovi di Spagna, nel 1937, ad un anno dallo scoppio della guerra, lo scrissero in una lunga relazione, in un documento pertanto di importanza fondamentale:
 
   «... lo spirito anticristiano, ha visto nella contesa della Spagna una partita decisiva in favore o contro la religione di Gesù Cristo e della civiltà cattolica; la corrente contraria di dottrine politiche che aspirano all’egemonia del mondo; il lavoro tendenzioso di forze internazionali occulte; il sentimento anti-patristico si è avvalso di spagnoli illusi che, dietro il nome di cattolici, hanno procurato enorme danno alla vera Spagna. E quel che più ci addolora è che una buona parte della stampa cattolica straniera abbia collaborato a questa propaganda, che potrebbe essere funesta per i sacratissimi interessi in gioco nella nostra Patria.
 
(…)
 
   Il 18 luglio dello scorso anno ebbe luogo l’Alzamiento militare ed iniziò la guerra che prosegue tuttora. Ma si noti: primo, che la sollevazione militare non si produsse, fin dagli inizi, senza la collaborazione del popolo sano, che s’incorporò in grandi masse al “Movimento”, il quale, perciò, deve qualificarsi come civico-militare; secondo, che questo “Movimento” e la rivoluzione comunista sono due fatti che non si possono separare se si vuole giudicare correttamente la natura della guerra. Coincidenti nello stesso momento iniziale dello scontro, segnano fin dall’inizio la profonda divisione delle due Spagne che lotteranno sui campi di battaglia (…) Questa guerra è stata frutto della temerarietà, degli errori e forse della malizia o la viltà di coloro che avrebbero potuto evitarla governando la nazione secondo giustizia. Lasciando altre cause di minore incidenza, furono i legislatori del 1931, e poi il Potere esecutivo dello Stato con le sue pratiche di Governo, quelli che si ostinarono a voler bruscamente piegare la rotta della nostra storia in una direzione totalmente contraria alla natura ed alle esigenze dello spirito nazionale, e opposta specialmente al senso religioso predominante nel Paese. La Costituzione e le leggi laiche che svilupparono il suo spirito furono un attacco violento e continuato alla coscienza nazionale. Annullati i diritti di Dio e vessata la Chiesa, la nostra società restava snervata, nell’ordine legale, in quello che la vita sociale ha di più sostanziale, che è la religione. Il popolo spagnolo, che nella sua maggioranza conservava viva la fede dei suoi padri, ricevette con pazienza invitta le ripetute offese fatte alla sua coscienza da leggi inique; ma la temerarietà dei suoi governanti aveva messo nell’anima nazionale, insieme all’offesa, un fattore di rifiuto e di protesta contro un potere sociale che aveva mancato alla più fondamentale giustizia, che è quella dovuta a Dio e alla coscienza dei cittadini.
 
(…)
 
   Il 27 febbraio 1936, a motivo del trionfo del Fronte Popolare, il Kominternrusso decretava la rivoluzione spagnola e la finanziava con somme esorbitanti. Il 1° maggio successivo, centinaia di giovani postulavano pubblicamente a Madrid “per bombe e pistole, polvere e dinamite per la prossima rivoluzione”. Il 16 di quel mese si incontravano nella Casa del Popolo di Valencia rappresentanti dell’U.R.S.S. con delegati spagnoli della III Internazionale e stabilivano, nel nono dei loro accordi: “Incaricare una delle cellule di Madrid, quella designata col numero 25, formata da agenti di Polizia in servizio, dell’eliminazione di personaggi politici e militari destinati a svolgere un ruolo d’interesse nella controrivoluzione”. Nel frattempo, da Madrid fino ai borghi più remoti, le milizie rivoluzionarie imparavano l’istruzione militare e venivano armate copiosamente, al punto tale che, allo scoppio della guerra, contavano con 150.000 soldati d’assalto e 100.000 di resistenza».
 
   La Spagna era stata pertanto assaltata con manovre capillari di infiltrazione ideologica, attraverso finanziamenti, una propaganda massiccia ed uomini in punti chiave del territorio che potessero dar vita al caos. La regia ed il modus operandi è sempre il medesimo anche ai giorni nostri, come lo fu nei fatti di Francia durante la rivoluzione; perché il mandante è sempre lo stesso, da secoli.
 
   «Nel giudicare la legittimità del Movimento nazionale, – sono sempre i Vescovi spagnoli a parlare – non si potrà prescindere dell’intervento, nella parte avversa, di queste “milizie anarchiche, incontrollabili” – è parola di un Ministro del Governo di Madrid –, il cui potere sarebbe prevalso sulla nazione. Ed essendo Dio il più profondo fondamento di una società ben ordinata – lo era la nazione spagnola –, la rivoluzione comunista, alleata degli eserciti del Governo, fu, soprattutto, anti-divina. Si chiudeva così il ciclo della legislazione laica della Costituzione del 1931 con la distruzione di tutto quello che fosse di Dio. (…) Per questo si produsse nell’anima nazionale una reazione di tipo religioso,corrispondente all’azione nichilista e devastatrice dei senza-Dio. 
 
(…)
 
   Affermiamo che il sollevamento civico-militare ha avuto nel fondo della coscienza popolare un doppio attecchimento: quello del senso patriottico, che ha visto in esso il modo unico di sollevare la Spagna ed evitare la sua rovina definitiva; e il senso religioso, che lo ha considerato come la forza che doveva ridurre all’impotenza i nemici di Dio, e come la garanzia della continuità della sua fede e della pratica della sua religione. Oggi come oggi, non c’è in Spagna altra speranza per riconquistare la giustizia e la pace e i beni che ne derivano, che il trionfo del “Movimento nazionale”».
 
   Secondo recenti studi di S.E. Antonio Montero, tra il 18 luglio 1936 e il 1 aprile 1939, hanno subito il martirio 6.832 persone di cui 4.184 appartenenti al clero diocesano, 12 Vescovi, 1 amministratore apostolico 2.365 religiosi e 238 tra suore e seminaristi.
 
   A luglio del 1937, al momento di redigere la lettera collettiva, i Vescovi spagnoli avevano già potuto constatare quanto segue:
 
   «Già nel 1931 la Lega Atea aveva nel suo programma un articolo che diceva: “Plebiscito sul destino da dare alle chiese e case parrocchiali”; ed uno dei comitati provinciali dava questa norma: “Il locale o locali destinati finora al culto saranno adibiti a magazzini collettivi, a mercati pubblici, a biblioteche popolari, a case di bagni o d’igiene pubblica, etc., secondo convenga alle necessità di ogni paese”. Per l’eliminazione di persone note – considerate nemiche della rivoluzione – si erano create preventivamente delle “liste nere”. In alcune, in primo luogo, c’era il Vescovo. Dei sacerdoti, diceva un capo comunista davanti all’atteggiamento del popolo che voleva salvare il parroco: “Abbiamo l’ordine di togliere via tutto il loro seme”.
 
   Prova eloquentissima che la distruzione delle chiese ed il massacro dei sacerdoti – che doveva essere totale – fu cosa premeditata, è il loro numero spaventoso. Benché siano premature le cifre, si contano all’incirca 20.000 chiese e cappelle distrutte o totalmente saccheggiate. I sacerdoti assassinati, contando una media del 40% nelle diocesi devastate – in alcune arrivano al 80% – ammontano, soltanto del clero secolare, attorno ai 6.000. Si diede loro caccia come a cani; furono perseguitati fin sui monti; furono ricercati con accanimento in ogni nascondiglio. Furono uccisi senza giudizio, il più delle volte sul posto, senza altra ragione che il loro ufficio.
 
   Fu “crudelissima” la rivoluzione. Le forme di uccisione ebbero caratteristiche di barbarie orrenda. Nel loro numero: si calcolano più di 300.000 (300 mila) i laici che sono stati assassinati, soltanto per le loro idee politiche e in particolare religiose; a Madrid, e nei primi tre mesi, furono assassinati più di 22.000 persone. Appena vi è qualche paese in cui non siano stati eliminati i più noti appartenenti alla destra. Per la mancanza di forma: senza accusa, senza prove, il più delle volte senza giudizio. Per le vessazioni: a molti furono amputate le membra o mutilati spaventosamente prima di essere uccisi; strappati gli occhi, tagliata la lingua, sventrati, bruciati o sepolti vivi, uccisi a colpi di ascia. La crudeltà massima è stata riservata ai ministri di Dio. Per rispetto e carità non vogliamo scendere in particolari.
 
   La rivoluzione fu “disumana”. Non si è rispettato il pudore della donna, nemmeno della consacrata a Dio con i suoi voti. Sono state profanate le tombe e i cimiteri. Nel famoso monastero romanico di Ripoll sono stati distrutti i sepolcri, tra i quali quello di Vifredo el Velloso, conquistatore della Catalogna, e quello del Vescovo Morgades, restauratore del celebre cenobio. A Vich è stata profanata la tomba del grande Balmes e leggiamo che hanno giocato a calcio con il cranio del grande Vescovo Mons. Torras y Bagés. A Madrid e nel cimitero vecchio di Huesca, hanno aperto centinaia di tombe per togliere ai cadaveri l’oro dei denti o degli anelli. Alcune forme di martirio presuppongono la sovversione o la soppressione del senso di umanità.
 
   La rivoluzione fu “barbara”, in quanto distrusse l’opera di civiltà di secoli. Distrusse migliaia di opere d’arte, molte di esse di fama universale. Saccheggiò e incendiò gli archivi, rendendo impossibile la ricerca storica e la prova strumentale di fatti di ordine giuridico e sociale. Rimangono centinaia di tele pittoriche accoltellate, di sculture mutilate, di meraviglie architettoniche per sempre disfatte. Possiamo dire che il patrimonio d’arte, soprattutto religioso, accumulato nei secoli, è stato stupidamente distrutto in alcune settimane nelle regioni dominate dai comunisti. Persino all’Arco di Bará, in Tarragona, opera romana che aveva visto venti secoli, fu distrutta con la dinamite. Le famose collezioni d’arte della Cattedrale di Toledo, del Palazzo di Liria, del Museo del Prado, sono state maldestramente derubate. Numerose biblioteche sono scomparse. Nessuna guerra, nessuna invasione barbara, nessuna commozione sociale, in nessun secolo, ha causato in Spagna rovina simile all’attuale, sommandosi per questo fattori che non si potevano avere in nessun tempo: un’organizzazione sapiente, messa al servizio di un terribile proposito di annientamento, concentrato contro le cose di Dio, e i moderni mezzi di locomozione e di distruzione, alla portata di ogni mano criminale.
 
   Calpestò la rivoluzione i più elementari princìpi del «diritto di genti». Si ricordino le carceri di Bilbao, dove furono assassinati dalla plebaglia, in forma inumana, centinaia di detenuti; le rappresaglie commesse con gli ostaggi custoditi in navi e in prigioni, senz’altro motivo che un contrattempo di guerra; le uccisioni in massa: legati gli infelici prigionieri e falciati con le pallottole delle mitragliatrici; il bombardamento di città indifese, senza essere obiettivo militare.
 
   La rivoluzione fu essenzialmente “anti-spagnola”. L’opera distruttrice fu compiuta gridando “Evviva la Russia!”, all’ombra della bandiera internazionale comunista. Le scritte sulla mura, l’apologia di personaggi stranieri, i comandi militari in mano a capi russi, l’esproprio della nazione in favore di stranieri, l’inno internazionale comunista, sono prova più che abbondante dell’odio allo spirito nazionale e al senso di patria.
 
   Ma, soprattutto, la rivoluzione fu “anticristiana”. Non crediamo che nella storia del Cristianesimo e nell’arco di alcune settimane ci sia mai stata una simile esplosione, in tutte le forme del pensiero, della volontà e della passione, dell’odio contro Gesù Cristo e la sua sacrosanta religione. La sacrilega distruzione che ha sofferto la Chiesa in Spagna è stata tale, che il delegato dei rossi spagnoli inviato al Congresso dei “senza-Dio” a Mosca, ha potuto dire: “La Spagna ha superato di molto l’opera dei soviet, in quanto la Chiesa in Spagna è stata totalmente annientata”».
 
   Come si può leggere in questo documento del 1937, ed al di sopra di ogni sospetto tanto che lo firmarono praticamente tutta la Gerarchia dell’epoca, l’Alzamiento non provocò la guerra, non la fomentò né tantomeno la produsse. Fu una reazione armata, necessaria per difendere con la vita, attraverso il martirio, la terra dei Padri, le tradizioni e la Chiesa di Roma. 
 
   Ma non ci si deve meravigliare dell’incredibile crudeltà che la Spagna ha sperimentato in quegli anni. La rivoluzione che si voleva scatenare in quel Paese era parte di quella RIVOLUZIONE UNIVERSALE che già gli iniziati del ‘700 avevano previsto come necessaria (qui è Weishaupt che parla):
 
   «Siccome l’oggetto delle nostre brame è una Rivoluzione universale, tutti i membri di queste società (segrete) tendenti al medesimo scopo, sostenentisi le une sulle altre, devono cercare di dominare, invisibilmente e senza apparenza di mezzi violenti, non sulla parte più eminente o la meno distinta di un sol popolo, ma sugli uomini di ogni nazione, di ogni religione. Soffiare dovunque un medesimo spirito; nel maggior silenzio e con tutta l’attività possibile, dirigere tutti gli uomini sparsi su tutta la superficie della terra verso il medesimo oggetto. Stabilito una volta questo impero con l’unione e con la moltitudine degli adepti, la forza succeda all’impero invisibile; legate le mani a tutti quelli che fanno resistenza, soggiogate, soffocate l’iniquità nel suo germe, schiacciate tutti quegli uomini che non avrete potuto convincere.(…) Piuttosto che la Francia non sia rigenerata a nostro modo ne faremo un cimitero».
 
   Questo, evidentemente, era il programma che la Spagna avrebbe dovuto subire e che non riuscì grazie alla reazione della parte sana del Paese, che oggi viene definita “fanatica”, “fascista” e “conservatrice”, ovvero contro il progresso ateo e massonico.
 
 
 
 
 
 
Ecco qual era la Spagna che l’internazionale massonica e comunista voleva spazzare via: queste foto sono del 1941, scattate durante una messa all’aperto per inaugurare un monumento all’Alzamiento nazionale
 
 
   I Vescovi, dopo 1 anno di guerra, si auguravano che la Spagna, “imponendosi con tutta la sua forza l’enorme sacrificio realizzato”, trovasse un’altra volta il nostro vero spirito nazionale. “Voglia Dio di essere in Spagna il primo ben servito, condizione essenziale affinché la nazione sia veramente ben servita”. Così avvenne perché, di lì a poco, un uomo, Francisco Franco Bahamonde, prenderà definitivamente, e con pieni poteri, le redini del Paese, e le terrà con fermezza nelle sue mani per 40 lunghi anni, trascinandolo fuori dalle infernali agitazioni, evitando che fosse devastato dalla seconda guerra mondiale e facendolo rifiorire sia socialmente che economicamente, tanto che alcuni intravedevano in lui più “marxismo” che negli stessi comunisti, per il suo tratto fortemente sociale ed a favore delle classi lavoratrici. Come se non bastasse – ed odiato proprio per questo aspetto – e a differenza dei fascismi italiani e tedeschi – a cui è assolutamente assurdo ed errato volerlo accomunare – ridonò al Paese la sua anima cattolica, con leggi organiche totalmente e profondamente cristiane.
 
   Interrompiamo qui questo breve e doveroso ricordo nel 75° anniversario di questi epocali e gloriosi fatti, invocando l’intercessione di tutti i martiri di Spagna (a cui Franco ha dedicato la monumentale valle “de los Caídos”, dove riposano i resti mortali di 40.000 martiri della guerra dientrambi gli schieramenti), che Papa Giovanni Paolo II alzò agli onori degli altari durante il suo pontificato.
 
   Noi, che vediamo le devastazioni compiute dai nemici di sempre del genere umano – che hanno assaltato prima l’Europa cattolica, poi la Chiesa stessa ed ora il mondo provocando guerre, scismi e rivoluzioni e che stanno tentando l’ultimo assalto ai baluardi che rimangono oggigiorno – abbiamo bisogno di ispirarci, oggi più che mai, a questi uomini e ricordare la loro profonda fede, le loro gesta e come morirono, imitando Nostro Signore.
 
   In questo giorno, cogliamo l’occasione per anticipare ai lettori che il nostro prossimo libro, che sarà pronto a breve (e che vedrà la collaborazione delle stessa figlia di Franco e della Fondazione Nazionale spagnola), sarà dedicato proprio al Caudillo di Spagna, che fu uno splendido strumento nelle mani della provvidenza, uomo di fede e tradizioni, e degno erede delle monarchie cattoliche rovesciate dalla massoneria e dal giudaismo. 
 
   Oggi, gridiamo con Franco e con i martiri spagnoli ora in cielo: 
 
Arriba España!
Viva España!
 
 
 
 
 


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